Periodo Taisho

La “democrazia Taisho”

Il termine taisho 大正時代 sta a indicare il periodo della storia giapponese dal 1912 al 1926 sotto il regno dell’imperatore Yoshihito, ma a causa dei suoi problemi di salute mentale la reggenza fu assunta nel 1919 da Hirohito, imperatore dal 1926.

Alcuni storici si riferiscono a questo periodo con l’espressione ”democrazia taisho”, soprattutto per evidenziare il contrasto con il successivo periodo fascista, in realtà non è possibile utilizzare il termine democrazia così come viene comunemente intesa attualmente.

È però vero che in questo periodo si registrarono dei segnali di apertura soprattutto verso la classe borghese, dovuti al relativo declino della classe dominante rispetto ai partiti della camera bassa. Il 20 settembre del 1918 fu infatti nominato primo ministro Hara Takashi, il primo “uomo di partito” , in quanto fu scelto sulla base della maggioranza parlamentare.

Hara però si dimostrò incapace di accogliere le istanze liberali del ceto borghese, nonostante intellettuali come Yoshino Sazuko, promuovessero l’esigenza di ampliare la partecipazione politica alla borghesia al fine di creare un “democrazia per il popolo”.

La prima guerra mondiale e le conferenze di pace

Il periodo Taisho è quello in cui si inserisce la prima guerra mondiale, a cui il Giappone partecipò attaccando, subito dopo il suo scoppio, i possedimenti tedeschi delle isole Marianne, Marshall e Caroline e della penisola dello Shandong in Cina. Al fine di assicurarsi l’egemonia in Cina al termine della guerra, Tokyo avviò le trattative con il presidente della neonata Repubblica Cinese, Yuan Shikai, a cui nel 1915 furono inviate le “ventuno richieste” , sedici delle richieste furono accolte accrescendo così la supremazia giapponese in Cina, favorita dall’assenza delle potenze occidentale, impegnate sul fronte europeo.

Il timore che il bolscevismo potesse diffondersi anche in Giappone, avvalorato peraltro nel 1919 dai movimenti del Quattro Maggio in Cina e del Primo Marzo in Corea, spinse il governo di Tokyo a partecipare alla spedizione delle armate bianche in Siberia e al ritiro delle truppe solo nel 1922.

Con la conclusione della guerra alla Conferenza di Versailles al Giappone fu assegnato il mandato di tipo C sulle isole Marianne, Marshall e Caroline e gli furono concessi i diritti tedeschi sulla ferrovia e le miniere nello Jiaochou; la questione dello Shandong fu invece rimandato a trattative con la Repubblica Cinese. Non fu però riconosciuta al Giappone la parità razziale. Soprattutto per il parere contrario di Stati Uniti e Australia che temevano un aumento degli immigrati asiatici, ciò causò un profondo malcontento negli ambienti nazionalisti, che sfociò nell’assassino di Hara, ritenuto il responsabile del fallimento delle trattative, nel 1921.

Alla conferenza di Versailles seguì la Conferenza di Washington durante la quale il Giappone fu costretto a restituire la penisola del Jiaochou e l’alleanza anglo-giapponese venne sostituita dal trattato del Pacifico che includeva fra i firmatari oltre alla Gran Bretagna e il Giappone anche gli Stati Uniti e la Francia. Inoltre si stabilì il rapporto di 5:5:3:1,5:1,5 fra le grandi navi da guerra di Stati Uniti, Gran Bretagna, Giappone, Francia e Italia.

Gli insuccessi diplomatici contribuirono all’intensificazione dell’antioccidentalismo e alla giustificazione dell’imperialismo giapponese con la lotta di liberazione dei popoli asiatici dall’imperialismo bianco.

Lo sviluppo economico durante la Prima Guerra

Durante la prima guerra mondiale grazie all’acquisizione delle isole del pacifico e dello Shandong, ma anche in seguito alla penetrazione dei prodotti giapponesi sui mercati asiatici e alleati, il Giappone conobbe un forte sviluppo economico che consentì la “seconda rivoluzione industriale”, con il predominio dell’industria pesante e metal-meccanica su quella tessile.

Fra il 1913 e 1919 la produzione aumentò del 300-400% con un bilancio attivo di 3 miliardi di yen. In particolar modo si svilupparono l’industria navale e quella metal-meccanica. Essendo poi l’Europa il maggiore teatro di guerra, i danni subiti dal Giappone e la sua partecipazione militare furono marginali.

Proletariato e movimenti socialisti giapponesi

Lo sviluppo economico ebbe effetti rilevanti anche sul piano sociale. Nell’industria il numero di operai uomini superò quello delle donne, che erano per fattori culturali erano meno inclini alla conflittualità con i datori di lavoro. Lo sviluppo dell’industria e del terziario contribuì al fenomeno dell’urbanizzazione e alla nascita di una borghesia urbana liberale. Accanto al liberalismo presero piede anche socialismo e comunismo.

Lo sviluppo economico era stato possibile grazie alla contrazione dei salari e alle pessime condizioni di lavoro delle masse di operai e contadini. Il malcontento popolare per tale situazione raggiunse il culmine nel 1919 quando all’incremento del prezzo del riso al dettaglio scoppiarono i kome sodo o moti del riso. La stampa cercò di propagandare la rivolta ma lo stato intervenne con la censura e la repressione coinvolgendo anche l’esercito, malgrado ciò i moti continuarono per due mesi.

In questo clima nacque nel 1912 la Yuaikai una fondazione di lavoratori fondata da Suzuki Bunji, che in seguito fondò anche la Sodomei, il primo sindacato giapponese che però non riuscì a espandersi nell’ambiente repressivo che andava profilandosi in Giappone.

La crisi economica degli anni Venti

Alla crescita economica degli anni della guerra, seguì una forte crisi dovuta alla caduta della domanda di prodotti giapponesi negli USA e alla riconquista dei mercati asiatici da parte dei prodotti dei paesi alleati, che avevano lasciato spazio a quelli giapponesi, perché impegnati nella guerra.

Ad aggravare la situazione nel 1923 vi fu il disastroso terremoto del Kanto, che costrinse il Giappone a importare beni di consumo e materiali per la ricostruzione. La catastrofe poi scatenò anche un’ondata di razzismo verso coreani e cinesi che furono perseguitati da gruppi di volontari adetti all’ordine pubblico, formatisi in seguito alla catastrofe.

La crisi coinvolse anche le campagne, la forte frammentazione dei terreni infatti impediva la meccanizzazione e di conseguenza l’aumento della produttività. Il ricorso all’affittanza diventava sempre più comune e gli affittuari dovevano sottostare a condizioni svantaggiose. Nel 1924 per cercare di arginare le vertenze degli affittuari il governo emanò il Kosaku Choteiho e affidò i finanziamenti alle nokai, organizzazione legate al Ministero dell’Agricoltura e controllate dei grandi proprietari, che iniziarono a concedere prestiti solo a quei contadini che si impegnavano al mantenimento dell’ordine sociale rinunciando alle vertenze.

I “governi di partito”

Tra il 1924 e il 1932 si aprì la stagione dei “governi di partito”, cioè quei governi scelti in base alla maggioranza parlamentare, così chiamati per distinguerli dai precedenti governi trascendenti.

Vi erano comunque dei limiti perché nella camera bassa giapponese in quel periodo non erano ammessi i partiti rivoluzionari e progressisti e anche nei “governi di partito” il ministro della marina e quello della difesa erano ufficiali scelti dalle rispettive armi maggiori.

Nel 1925 le forti tensioni sociali spinsero il governo a concedere il suffragio universale maschile a coloro che risiedevano da almeno un anno nel collegio elettorale e non usufruivano dell’assistenza pubblica. I candidati dovevano versare allo stato una cauzione di 2000 yen che in caso di mancata elezione non veniva restituita.

Alla concessione del suffragio seguì l’approvazione della Chian Ijiho - legge per il mantenimento dell’ordine pubblico – che consentiva al ministero degli Interni, alla magistratura e alla polizia di perseguire chi alterava il kokutai. La legge era volutamente ambigua in modo da consentire la repressione di ogni forma d’opposizione al regime, come di fatto avverrà nel periodo successivo.

Hara Takashi
Hara Takashi primo "uomo di partito"
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