Periodo Showa

Il periodo Shōwa

Con periodo Shōwa si intende il lasso temporale della storia giapponese compreso fra il 1926 e il 1989, durante il quale regnò l’imperatore Hirohito.

Gli eventi più rilevanti del periodo Showa sono stati la nascita del fascismo giapponese, la Seconda Guerra Mondiale, seguita dall’occupazione americana, la crescita economica nel dopoguerra e la democratizzazione.

La repressione del periodo Shōwa

Dopo una prima apertura, con la concessione del suffragio universale maschile nel 1925, il governo giapponese si avviò verso il fascismo reprimendo in maniera sempre più determinata ogni forma di dissenso, grazie alla Chian Ijiho, una legge che consentiva di punire chi metteva in pericolo il kokutai. Si trattava di una legge volutamente ambigua per consentire di incriminare facilmente gli oppositori benché non si fossero macchiati di delitti particolari.

Nel 1928 l’imperatore emendò tale legge introducendovi la pena di morte, in Giappone però il numero di vittime del regime fascista fu molto limitato, si preferiva infatti ricorrere a strumenti meno drastici ma ugualmente efficaci per reprimere il dissenso.

Fra gli strumenti dell’apparato repressivo vi era il Tokko, simile a una polizia segreta, aveva il compito di diffondere il terrore fra gli oppositori, esso era affiancato dai “procuratori di pensiero” , presenti in ogni tribunale.

Uno degli strumenti più utilizzati era l’abiura della posizione ideologica, detta tenko, tramite la quale l’oppositore, affidato a un “procuratore di pensiero”, abbandonava le sue idee sovversive per essere reintegrato con gli altri sudditi.

A tale sistema repressivo vanno ricondotti il caso Minobe e il caso Tsuda. Per caso Minobe si intende l’attacco nel 1935 da parte dell’Associazione dei riservisti a Minobe Tatsukichi, a causa della sua “teoria dell’organo” per il quale l’imperatore era un organo dello stato non al di sopra di esso. Il caso Tsuda,invece, indica l’intervento contro Tsuda Sokichi per aver messo in dubbio la leggendaria data di fondazione della nazione.

La ricerca del consenso

Come nei regimi fascisti europei la repressione del dissenso fu affiancata da un sistema di associazioni volte ad accaparrarsi il consenso .

Fra le organizzazioni controllate dal blocco di potere dominante vi era la Teikoku zaigō gunjinkai (Associazione imperiale dei riservisti) e i seinen dai (gruppi giovanili).

Kita Ikki e il fascismo dal basso

Accanto ai gruppi organizzati dal blocco di potere dominante si formarono dei gruppi ultranazionalisti – costituiti soprattutto da piccolo borghesi – che si ispiravano alle teorie di Kita Ikki.

In politica estera Kita Ikki sosteneva l’espansione del Giappone verso il Pacifico tramite un’alleanza con gli USA, in politica interna sosteneva, invece, l’esigenza di recuperare un rapporto diretto fra sudditi e imperatore, ciò poteva avvenire solo ridimensionando il potere degli zaibatsu e dei gruppi dominanti.

Per distinguerlo dal fascismo del blocco di potere dominante definito “fascismo dall’alto” quello propagandato da Kita Ikki viene definito “fascismo dal basso”, per le differenze nella politica interna, mentre entrambi appoggiano l’espansionismo in politica estera.

I tentativi di colpo di stato messi in atto da Kita Ikki furono definitivamente repressi con l’incidente del 26 febbraio, quando nel 1936 fallì l’ultimo tentativo e Kita Ikki fu condannato.

L’espansione imperialista

L’espansione giapponese era già cominciata nel 1879 con l’annessione delle Ryūkyū, seguita nel 1895 dall’occupazione di Taiwan. Poco dopo nel 1905 il Giappone in seguito alla guerra con Russia acquisì la ferrovia in Manciuria e nel 1910 procedette all’annessione della Corea. Il trattato di Versailles alla fine della Prima Guerra mondiale aveva inoltre affidato al Giappone il mandato “tipo C” sulle isole Caroline, Marshall e Marianne.

L’espansione giapponese continuò nel periodo Shōwa con l’invasione della Manciuria nel 1931 con cui il Giappone diede iniziò alla Guerra dei quindici anni. In Manciuria fu fondato lo stato fantoccio del Manchukuo, formalmente governato dall’ultimo imperatore Pu Yi, ma in realtà sotto il controllo del governatore militare generale giapponese.

Nel 1933 l’intervento giapponese in Manciuria fu condannato dalla Società della Nazioni, ma il Giappone perseguì la politica espansionistica mettendo in atto una propaganda che fece presa sulle masse ponendo l’espansione come soluzione alla pressione demografica.

Un importante ruolo nella propaganda per l’espansione fu svolto dalla burocrazia, che divenne il cuore del fascismo giapponese e riuscì attraverso alcune associazione che riunivano imprenditori e proletariato a diminuire la conflittualità sociale.

Il tennōsei fashizumu

Lo scienziato e politico Maruyama Masao individua tre caratteristiche nel tennōsei fashizumu: il kazokushugi, nohōnshugi e il panAjiashugi.

Il termine kazokushugi viene tradotto come “familismo” e indica l’esistenza di un rapporto familiare fra i sudditi e l’imperatore visto come un padre benevolo. Attorno a questo principio ruota anche il corporativismo e la visione dell’impresa come famiglia per abbattere la conflittualità sociale.

L’espressione nohōnshugi è tradotta come “ruralismo” e indica la visione idilliaca della società rurale come modello di armonia sociale.

La terza caratteristica il panAjiashugi o “panasiatismo” fa riferimento all’unione di tutti i popoli asiatici contro l’imperialismo bianco, utilizzata come propaganda per giustificare l’espansionismo.

Il panico Shōwa

La crisi economica del 1929 coinvolse anche il Giappone, che già nel 1927 fu afflitto da una crisi finanziaria ricordata come Shōwa Kyōkō - panico Shōwa - che ebbe origine dal terremoto del Kantō del 1923.

Il governo Yamamoto concesse l’utilizzo dei titoli perduti in seguito al sisma, i cosiddetti “titoli terremotati”, come garanzia per la richiesta di prestiti alla banche. Quando però il ministro delle finanze Kataoka Naoru affermò che le banche non erano in grado di esigere i prestiti perché privi di garanzie, scoppiò il panico.

Il nuovo governo fu costretto a proclamare una moratoria di 21 giorni e i risparmiatori iniziarono ad affidarsi sempre più alle banche principali, come conseguenza le piccole e medie banche fallivano mentre le grandi banche, sotto il controllo degli zaibatsu maggiori, uscivano rafforzate dalla crisi.

La riadozione del gold standard nel 1930 aggravò ulteriormente la situazione, ma l’azione del nuovo ministro delle finanze Takahashi Korekiyo permise al Giappone di uscire dalla crisi. Egli adottò una politica più statalista: abbandonò la base aurea, aumentò la spesa pubblica e l’immissione di titoli fiduciari dello stato, ridusse il tasso d’interesse e favorì la ripresa dell’economia rurale.

L’economia di guerra

Per sostenere le spese militari la partecipazione statale nell’economia si fece sempre più forte in particolare per quanto riguarda l’industria dell’acciaio e degli armamenti ma anche per gli investimenti nelle colonie. Inoltre furono assegnate all’esercito e alla marina le industri strategiche come quella del carburante.

Il governo giapponese, rifacendosi al modello sovietico e agli economisti austriaci Spann e Gottl-Ottilienfield, promosse un nuovo ordine economico basato sulla programmazione dell’economia. In quest’ottica furono varate delle leggi per regolamentare le esportazioni e le importazione, i capitali e la produzione degli armamenti.

La fine della guerra e la resa

Tra il 1940 e il 1941 i partiti giapponesi furono fatti confluire nella Taisei Youksankai e di fatto privati di ogni potere. Sul piano internazionale Tokyo firmò il patto tripartito con Roma e Berlino e dopo aver firmato un patto di neutralità con l’Unione Sovietica invase le Filippine provocando l’embargo da parte degli Stati Uniti.

Senza una dichiarazione di guerra l’8 dicembre del 1941 gli aerei giapponesi attaccarono la base americane di Pearl Harbor e in seguito riuscirono velocemente a occupare le Filippine, la Malesia, l’Indonesia, la Nuova Guinea e Singapore.

Dopo la vittoria alleata nella battaglia di Midway si susseguirono una serie di sconfitte per il Giappone, la cui popolazione era sottoposta a imani sacrifici anche per via del razionamento dei prodotti tessili e alimentari.

Dopo i bombardamenti su Nagasaki e Tokyō il 6 e il 9 agosto del 1945 furono sganciate le atomiche su Hiroshima e Nagasaki e il 15 agosto il Giappone fu costretto ad accettare la resa incondizionata e in un famoso messaggio l’imperatore Hirohito chiese ai sudditi di “sopportare l’insopportabile e tollerare l’intollerabile”.

Dal 1945 al 1952 gli Stati Uniti occuparono il Giappone, che nel dopoguerra conobbe una grande crescita economica.

L'occupazione americana

Già nel 1942 fu elaborato un piano l’occupazione del Giappone, che si protrasse dal 1945 al 1952. L’occupazione era formalmente gestita dagli alleati, ma in realtà era messa in atto dalle truppe statunitensi e da quelle australiane.

Il compito di democratizzare e smilitarizzare il Giappone fu affidato al generale Mc Arthur, nominato capo supremo delle potenze alleate (Scap) dal presidente Truman. A Mc Arthur fu consentito di prendere decisioni urgenti senza l’autorizzazione alleata e con la sola approvazione di Washington.

Dopo il primo anno di occupazione vi fu la cosiddetta “inversione di rotta”: con questa espressione si indica il mutato atteggiamento degli USA nei confronti del Giappone, considerato dopo il 1946 come un alleato più che come un nemico sconfitto.

La democratizzazione avvenne attraverso provvedimenti impartiti dallo Scap, ma applicati dal governo giapponese. In primo luogo furono aboliti i ministeri della difesa, della marina, della guerra e degli approvvigionamenti militari; fu ordinato di riscrivere i testi di storia prima del nuovo anno scolastico; vennero liberati i prigionieri politici e infine fu chiesta la stesura di una nuova costituzione.

Con la democratizzazione di formarono molti partiti tanto che alle elezioni del 1946 e del 1947 si presentarono un centinaio di partiti minori.

Furono messi sotto processo per crimini contro la pace, crimini di guerra e crimini contro l’umanità soprattutto militari, ma molti fatti gravi vennero tralasciati e i colpevoli non furono punti, come nel caso del massacro di Nanchino e dell’unità 731.

La nuova costituzione

Dopo la resa del Giappone, l’imperatore Hirohito, al fine di evitare l’abdicazione, non fu perseguito, tuttavia il 1° gennaio del 1946 rinunciò con un messaggio radio alla discendenza divina e compì una serie di viaggi per incoraggiare la popolazione.

Dopo la resa fu istituita anche una commissione per rinnovare la costituzione giapponese, presieduta da Matsumoto Jōji. La stesura della costituzione causò delle tensione fra i giapponesi che desideravano fare solo degli emendamenti alla precedente costituzione e lo Scap, che invece voleva completamente rinnovarla introducendo la democrazia parlamentare.

Alla fine si propense per la democrazia parlamentare e l’imperatore venne definito il “simbolo dello stato”, egli ha il compito di nominare il Primo Ministro e il Presidente della Corte Suprema, designati dal Parlamento e dal Governo.

Una particolarità della costituzione giapponese è l’articolo 9, con cui il Giappone rinuncia alla guerra come strumento di lotta e conseguentemente rinuncia alle forze armate (vedi anche costituzione giapponese).

La ripresa economica

A partire dagli anni Ciquanta fino al 1973, anno della crisi petrilifera, il Giappone iniziò una ripresa economica grazie anche ai rifornimenti per la guerra in Corea.

Per favorire la ripresa economica furono ridotte le importazioni, aumentate le esportazioni e la produzione venne adattata al mercato mondiale. Inoltre fino agli Sessanta i salari rimasero bassi così come i consumi interni che presero ad aumentare dopo gli anni Settanta.

La politica estera

Nel 1951 furono firmati due importanti trattati: il Trattato di San Francisco e il Trattato di sicurezza nippo-americano. Il primo era un trattato di pace che però non fu firmato dall’India, dall’URSS e da Taiwan, mentre il secondo ribadiva la stretta relazione formatisi fra Tokyo e Washington, e malgrado l’opposizione di parte dell’opinione pubblica venne rinnovato nel 1960.

Nel 1972 grazie a un accordo tra il presidente Nixon e il primo ministro Sato Okinawa tornò al Giappone, ma nello stesso anno il presidente americano si recò a Pechino per incontrare Mao Zedong, causando il “Nixon shock” e la riammissione della Repubblica Popolare Cinese nell’Onu.

Incontro fra Nixon e Hirohito
Incontro fra Nixon e Hirohito
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